VERSO IL XX CAPITOLO GENERALE

27 febbraio 2020

La Parola di Dio che accompagna il cammino di preparazione verso il Capitolo Generale, è l’episodio dei due discepoli di Emmaus (Cfr. Lc.24,13-35).

Due discepoli delusi e sconsolati, dopo aver lasciato Gerusalemme per tornarsene a Emmaus, cambiano cuore, volto e cammino quando, nella duplice mensa della Parola e del Pane, sperimentano la presenza del Cristo Risorto.

Lasciamo che Gesù si accosti anche a noi. Egli che è la Via, la Verità e la Vita, desidera camminare con noi per condurci sulla via, per portarci alla verità e donarci la vita. Non ci dirà cose nuove, ma verità che abbiamo bisogno di sentirci ridire e che assumono, in questo determinato momento, un significato nuovo e pieno di speranza.

1. Il Risorto ci rivela la nostra identità

Ai due discepoli sfiduciati Gesù svela la sua identità e il suo mistero di Figlio dell’uomo crocifisso e risorto secondo le Scritture. Lo stesso Gesù parla anche a noi, ci scalda il cuore e ci spalanca gli occhi per riconoscere in Lui, nella sua vita e nella sua parola, il centro, il punto di riferimento, il tutto della nostra vita di donne battezzate e consacrate. Non abbiamo altro che Cristo Gesù e il vangelo per dare un senso e un contenuto alla nostra vita: una vita impostata e costruita direttamente e unicamente su Cristo, il crocifisso risorto, adorato e mangiato nell’Eucarestia e riconosciuto nel volto dei fratelli che serviamo. “La religiosa è un’anima che Dio ha chiamato a sé per farla Sua, tutta sua; e questa è la sua vita, la sua festa, il suo premio” (Don Baldo).

Dobbiamo credere in Gesù, ascoltarlo, seguirlo, immedesimarsi in Lui e assumerne i sentimenti per diventare “persone cristiformi, prolungamento nella storia di una speciale presenza del Signore risorto” (VC 19). “La vita consacrata, infatti, costituisce memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù” (VC 22).

Come Piccole Figlie di S. Giuseppe, inoltre, contempliamo e incarniamo l’umile compassione di Cristo, ben visibile anche in questo suo accostarsi e rapportarsi con i due discepoli di Emmaus. Vedendoli sbandati e smarriti, si commuove e prova compassione; si accosta a loro con molta discrezione e in punta di piedi. Non è uno che “sa tutto”, li lascia parlare ascoltandoli con interesse e umiltà; fa sue le loro angosce e solo alla fine esce con un appassionato rimprovero per poi lasciarsi riconoscere nella Parola e nel Pane spezzato, e scomparire in silenzio, dopo averli trasformati in missionari entusiasti e coraggiosi. Solo così in questo stile di vita evangelico e carismatico, sotto la guida dello Spirito, possiamo ritrovare noi stesse e la nostra vera identità. È una scelta di fede: più forte e profonda è la nostra fede e più sicura e chiara sarà la nostra identità.

2. Il Risorto ricrea comunione

Ecco i due discepoli di Emmaus camminare insieme discutendo animatamente. Pur formando una comunità, per piccola che sia, la comunione tra loro non è certo perfetta. Questionano tra loro, si sfogano e si ributtano addosso l’un l’altro il loro malessere, quella ferita aperta che sentono nel cuore. Arriva il Risorto, cammina in mezzo a loro, li ascolta, parla, spezza il Pane … e tutto nel loro animo e nel loro rapporto si capovolge. Il cuore torna ad ardere, lo sconforto si trasforma in gioia da condividere tra loro, il cammino riprende vigore. Eccoli fare dietro front e correre verso quella comunità di Gerusalemme che hanno appena abbandonato brontolando.

L’incontro con il Vivente, la Sua Parola e il Suo Pane, è stato la loro chiave di svolta. E’ così anche per noi: solo l’esperienza della Parola e dell’Eucarestia, quindi di Cristo in mezzo a noi, ci riporta in comunione con noi stesse e con le nostre sorelle di comunità. “La fraternità parte dai cuori animati dalla carità” (VFC 3). E la vera carità è Dio stesso. Ce lo ricorda anche il Beato Fondatore: “Figliole, vogliatevi bene, ma vogliatevene tanto. E’ questo il più sicuro contrassegno che Gesù abita in mezzo a voi e nel vostro cuore. Lo Spirito di Dio è essenzialmente Amore”.

Lasciandosi guidare da questo Spirito ogni sorella riuscirà a vedere la diversità culturale e intergenerazionale non come limite, ma come ricchezza, e l’unità nella diversità e nel pluralismo non solo sarà possibile, ma anzi favorirà la crescita umana e spirituale di ogni membro e la comprensione e l’espressione concreta dello stesso carisma. Siamo tutte figlie di uno stesso Fondatore e portatrici di uno stesso carisma: quanto più ci crediamo e lo sentiamo come motivo e legame di fraternità, condividendolo e vivendolo insieme, tanto più la comunità rifiorisce e il senso di appartenenza ad una grande famiglia si approfondisce e cresce.

3. L’incontro con il Risorto ci trasforma in comunità “in uscita”

Gesù con la Sua Parola e il Pane spezzato si è fatto riconoscere, ha acceso il cuore dei due discepoli di Emmaus ed essi non riescono più a contenere la gioia e l’ardore di quell’incontro. Sentono il bisogno di comunicare agli altri ciò che essi stessi hanno scoperto e visto. Tornano di corsa a Gerusalemme, nonostante l’ora tarda, con la mente piena di luce e il cuore traboccante di gioia, di fiducia, di coraggio, di speranza.

Anche la nostra missione scaturisce dall’incontro trasformante con Cristo. Egli ci chiama per stare con Lui ed inviarci, a nome Suo, per continuare la Sua presenza e la sua missione nel mondo (Cfr. Mc 3, 13-15). È fonte di commozione e di responsabilità sapere che Gesù chiede la nostra collaborazione per raggiungere gli altri uomini. Egli si fida di noi, ma allo stesso tempo ci ricorda che la nostra fecondità dipende dal nostro rimanere unite a Lui (Gv15,1-8). Il nostro Fondatore, che è stato definito un “contemplativo itinerante”, lo raccomandava alle nostre prime sorelle: “Vita attiva alimentata e fortificata ogni giorno da quella contemplativa”. Dopo aver sperimentato noi per prime l’amore e la compassione di Cristo, possiamo anche noi fare altrettanto: “Va’ e fa’ anche tu lo stesso” (Lc 10,37).